Chi decide quali corpi sono normali?

Composizione astratta in stile risografia: molti contorni di corpi diversi, lunghi, tondi, asimmetrici, si sovrappongono in blu cobalto, terracotta e giallo senape fino a formare un unico corpo collettivo

Una storia di libri e di diritti che a scuola non ci hanno raccontato

di Paola Tricomi · 2 novembre 2026

Basta pensare a un personaggio disabile incontrato in un libro. Molti ricorderanno Quasimodo, il gobbo di Notre-Dame, deforme e condannato a non essere amato. Qualcuno a Riccardo III di Shakespeare, con la schiena storta e — il testo lo dice apertamente — l’animo altrettanto storto. Chi ha studiato i greci ricorderà Tiresia, l’indovino cieco che proprio perché non vede riesce a vedere il futuro, o Efesto, il dio zoppo, il solo che sappia forgiare le armi degli altri dèi.

Un particolare li accomuna tutti. In nessuno di questi casi il corpo è soltanto un corpo. È sempre un “per questo”: la gobba che spiega la solitudine, la schiena storta che annuncia il male, la cecità che si paga in cambio della profezia. Quei corpi non vivono una loro storia: servono a raccontarne un’altra. Per secoli il meccanismo è parso naturale; poi qualcuno ha cominciato a interrogarlo, e la domanda si è rivelata molto più grande della letteratura.

Illustrazione in stile incisione con tre sagome senza volto: una figura china sotto una cattedrale gotica, un indovino con bastone sotto le stelle, un fabbro divino alla forgia

La scoperta che cambia tutto

Negli anni Settanta, in Inghilterra e negli Stati Uniti, un gruppo di persone con disabilità mette a fuoco un’idea che oggi sembra ovvia e allora non lo era affatto. L’idea è che esistono due cose diverse, che però chiamiamo con lo stesso nome. Da una parte c’è la condizione del corpo: una gamba che non cammina, un orecchio che non sente. Dall’altra c’è tutto quello che il mondo ti impedisce di fare a causa di come è stato costruito. Due cose diverse, e solo la seconda si può cambiare.

Il modo più semplice per capirlo è guardare la stessa scena due volte.

IL PRIMO SGUARDOIL SECONDO SGUARDO
«Quell’uomo non può entrare in biblioteca perché è su una sedia a rotelle.» Il problema sta nel suo corpo. Quindi la soluzione è curarlo, o rassegnarsi.«Quell’uomo non può entrare in biblioteca perché ci sono tre gradini.» Il problema sta nei gradini. Quindi la soluzione esiste, ed è a portata di mano.
Illustrazione divisa in due: a sinistra l'ingresso di una biblioteca con tre gradini, a destra lo stesso ingresso con una rampa

Questo spostamento — dal corpo ai gradini — ha un nome: si chiama modello sociale della disabilità, e viene formulato per la prima volta in un documento del 1976 scritto da un’associazione britannica di persone disabili. Non nasce in un’università: nasce da chi quei gradini li trovava ogni giorno. Dal modello sociale nascono, negli anni successivi, i disability studies: un campo di ricerca che studia la disabilità non come un problema medico, ma come un fatto storico, politico e culturale.

E qui tornano i libri

Perché se la disabilità è anche un fatto culturale, allora bisogna chiedersi chi quella cultura l’abbia costruita. E una buona parte l’hanno costruita le storie che si raccontano da tremila anni.

Illustrazione di una pila di libri antichi da cui emergono sagome in ombra di corpi, come personaggi usati dalla narrazione

Due studiosi americani, David Mitchell e Sharon Snyder, nel 2001 hanno dato un nome preciso al meccanismo del “per questo”: lo chiamano protesi narrativa. Il racconto introduce un corpo fuori norma perché gli serve — per muovere la trama, per rendere inquietante un cattivo, per commuovere — e poi, prima della fine, deve in qualche modo sistemarlo: lo guarisce, lo fa morire, lo redime, oppure lo lascia ai margini. Quasi mai quel personaggio esce dal libro semplicemente avendo vissuto.

Un punto spiazza più degli altri: il problema non è che le persone con disabilità mancassero dai libri. Il problema è il contrario. Ci sono sempre state, in quantità enorme. Solo che erano quasi sempre lì per dire qualcos’altro.

Non è mancanza di rappresentazione. È il tipo di rappresentazione.

Gli studi che indagano tutto questo si chiamano literary disability studies, studi letterari sulla disabilità. All’estero sono una materia riconosciuta: hanno riviste, collane editoriali, manuali universitari. In Italia la faccenda è diversa.

Cinque date per capire da dove nasce

Prima però serve sapere una storia che le scuole, ancora oggi, raccontano pochissimo. Non è una storia di buone intenzioni: è una storia di diritti strappati, e di orrori recenti.

1907

Le sterilizzazioni forzate

Lo Stato americano dell’Indiana approva la prima legge al mondo che impone la sterilizzazione forzata delle persone con disabilità. La seguiranno più di trenta Stati: in tutto, sessantamila persone operate contro la propria volontà. Non è un’idea nata nei regimi: l’eugenetica — la pretesa di “migliorare la razza” — nasce in Inghilterra, e la Svezia praticherà sterilizzazioni fino al 1975.

1939

Aktion T4

In una villa di Berlino, al numero 4 di Tiergartenstraße, viene coordinato il programma che la storia chiamerà Aktion T4: fra le duecentomila e le trecentomila persone con disabilità uccise, presentandolo come un atto di pietà. A gestirlo sono medici. Il memoriale alle vittime sarà inaugurato solo nel 2014, settantadue anni dopo.

1977

L’occupazione di San Francisco

A San Francisco, centocinquanta persone con disabilità occupano un palazzo federale e non se ne vanno per ventisei giorni, finché una legge sui loro diritti non viene firmata. È la protesta più lunga mai condotta in un edificio federale americano. Nello stesso anno, in Italia, una legge abolisce le classi differenziali: i bambini con disabilità entrano nelle classi di tutti gli altri.

1978

La legge Basaglia

La legge Basaglia chiude i manicomi italiani. Gli ultimi ospedali psichiatrici giudiziari resisteranno però fino al 2015: non stiamo parlando di un passato remoto, ma della vita di una generazione ancora viva.

2006

La Convenzione ONU

Le Nazioni Unite approvano la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Non aggiunge una legge alle altre: cambia la domanda. L’accessibilità diventa un obbligo, non un favore; la scuola deve adattarsi allo studente e non il contrario; nessuno può essere costretto a vivere in un istituto. A scriverla hanno preteso di partecipare le persone con disabilità stesse, con lo slogan che accompagna tutto il movimento: «niente su di noi senza di noi». Nel dicembre 2026 quella Convenzione compie vent’anni.

Illustrazione di una folla vista di spalle davanti a un grande palazzo, con sedie a rotelle, stampelle e striscioni, nello spirito delle proteste degli anni Settanta

A chi preferisce vedere questa storia invece di leggerla, ci sono due film che la raccontano benissimo. Crip Camp (2020) parte dai filmati di un campo estivo americano per ragazzi disabili negli anni Settanta — caotico, allegro, pieno di adolescenti — e segue quegli stessi ragazzi mentre diventano gli attivisti che occuperanno il palazzo federale di San Francisco. Uno dei due registi era fra loro. Then Barbara Met Alan (2022) racconta due artisti di cabaret disabili che si innamorano a un concerto e finiscono per bloccare autobus e interrompere le trasmissioni televisive di beneficenza che raccoglievano fondi per loro trattandoli da poveretti: da quelle proteste nascerà la legge britannica contro la discriminazione.

In Italia a che punto siamo

Qualche gruppo di ricerca esiste: a Roma Tre, a Napoli, a Torino. Si occupano però di scuola, di pedagogia, di sociologia. Nessuno, in tutto il paese, studia la disabilità nei libri. Non esiste un centro, una cattedra, una rivista o una collana dedicata a questo. E non è una dimenticanza: nell’università italiana la ricerca è organizzata in settori decisi dal Ministero, e un settore “disability studies” non c’è. Chi volesse dedicarvi la vita dovrebbe presentarsi ai concorsi travestito da qualcos’altro.

Illustrazione di un lungo corridoio universitario con una fila di porte uguali e un solo telaio vuoto che si apre su un muro, come un settore di ricerca che non esiste

Il risultato è un paradosso che fa un certo effetto. Dante, Petrarca e Boccaccio sono già studiati in questa chiave — la cecità, la follia, il corpo ferito nei loro testi sono oggetto di libri e di ricerche. Solo che quei libri si scrivono a Brema, a Parigi, a Londra, a St. Louis.

Possediamo l’oggetto di studio. Non possediamo lo studio.

Perché riguarda tutti

Per una ragione molto concreta. Oggi in Italia, secondo i dati ISTAT riferiti al 2022, lavora il 33,5% delle persone con disabilità grave fra i 15 e i 64 anni: contro il 60,2% di chi non ha limitazioni. Quasi la metà. E dietro un numero così non ci sono solo leggi mancanti: c’è anche l’idea, depositata in ciascuno senza che se ne accorgesse, su che cosa una persona disabile possa fare. Quell’idea non l’hanno costruita le leggi. L’hanno costruita le storie.

Resta la scoperta più bella di questi studi, perché ribalta l’idea che l’accessibilità sia un favore fatto a una minoranza. Gli scivoli sui marciapiedi esistono perché negli anni Settanta un gruppo di attivisti in sedia a rotelle ha protestato per ottenerli. Oggi chi li usa? Chi spinge un passeggino, chi trascina un trolley, chi va in bicicletta. I sottotitoli sono stati inventati per le persone sorde: oggi li usano miliardi di persone in metropolitana, col volume spento, di notte per non svegliare nessuno.

Illustrazione di uno scivolo sul marciapiede usato da un passeggino, un trolley e una bicicletta

Quando si toglie un ostacolo a qualcuno, la soglia si alza per tutti. Vale per i marciapiedi, e vale per i libri.


Bibliografia

Per andare avanti: letture e visioni consigliate.

Per cominciare, in italiano

  • Matteo Schianchi, Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Carocci, 2018. La ricostruzione più chiara e accessibile del percorso che va dal mondo antico ai sistemi di welfare contemporanei: il punto di partenza naturale per chi non sa nulla della materia.
  • Alberto Vanolo, La città autistica. Spazi, corpi, neurodiversità, Einaudi, 2024. Che cosa succede se si progettano le città tenendo conto delle menti neurodivergenti. Breve, recente, scritto per un pubblico ampio.
  • Roberto Medeghini (a cura di), Disability Studies e inclusione. Per una lettura critica delle politiche e pratiche educative, Erickson, 2018. Volume collettivo con contributi italiani e internazionali: il testo che ha portato questo campo di studi dentro il dibattito scolastico italiano.
  • Le riviste Italian Journal of Disability Studies (dal 2013, nata dal gruppo di Roma Tre) e Minority Reports (del centro di ricerca dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli). Entrambe ad accesso libero online.

I testi che hanno fondato il campo, in inglese

  • Michael Oliver, The Politics of Disablement, Macmillan, 1990. Il modello sociale alla fonte, formulato da un sociologo disabile: il libro che sposta la disabilità dal corpo alla società.
  • David T. Mitchell e Sharon L. Snyder, Narrative Prosthesis. Disability and the Dependencies of Discourse, University of Michigan Press, 2001. Il volume che dà il nome alla protesi narrativa e ne segue il funzionamento da Sofocle a Melville.
  • Rosemarie Garland-Thomson, Extraordinary Bodies. Figuring Physical Disability in American Culture and Literature, Columbia University Press, 1997, e Freakery. Cultural Spectacles of the Extraordinary Body (a cura di), NYU Press, 1996. Il corpo fuori norma come spettacolo: dal baraccone da fiera al romanzo.
  • Lennard J. Davis (a cura di), The Disability Studies Reader, Routledge, più volte riedito. L’antologia da cui partono quasi tutti i corsi universitari sul tema.

Dove la ricerca è arrivata oggi

  • Alice Hall (a cura di), The Routledge Companion to Literature and Disability, Routledge. La mappa più aggiornata del campo, con capitoli su generi, epoche e intersezioni con genere, razza e classe.
  • Irina Metzler, Disability in Medieval Europe, Routledge, 2006, e Julie Singer, Blindness and Therapy in Late Medieval French and Italian Poetry, Boydell & Brewer, 2011. I due titoli che toccano più da vicino la tradizione letteraria italiana: la seconda studia cecità e malattia mentale nella lirica romanza, Petrarca compreso.
  • Stuart Murray, Representing Autism. Culture, Narrative, Fascination, Liverpool University Press, 2008. Come il cinema e la narrativa hanno costruito l’immagine dell’autismo, fra fascinazione e stereotipo.
  • Jennifer Bartlett, Sheila Black e Michael Northen (a cura di), Beauty Is a Verb. The New Poetry of Disability, Cinco Puntos Press, 2011. Poesie e poetiche scritte da autrici e autori disabili: il libro che ha fatto esistere la disability poetry come categoria riconosciuta.
  • La rivista Journal of Literary and Cultural Disability Studies, Liverpool University Press, dal 2007. E i due film citati: Crip Camp (2020) e Then Barbara Met Alan (2022).